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Come si stima il tempo di percorrenza dei sentieri escursionistici

Un uomo che pratica escursionismo seduto con un orologio al polso.

Dalla regola di Naismith alle correzioni di Langmuir e ai modelli moderni

Chiunque abbia pianificato un’escursione in montagna si è trovato di fronte a una domanda apparentemente semplice: quanto tempo ci vorrà? Non è solo una questione organizzativa. Saper stimare correttamente il tempo di percorrenza di un sentiero escursionistico significa poter gestire le proprie energie, valutare se le condizioni meteo permetteranno di completare l’itinerario in sicurezza e assicurarsi di rientrare prima del tramonto.

A differenza di una camminata in città o su una strada pianeggiante, l’escursionismo si svolge in un ambiente dove distanza, dislivello, pendenza e tipo di terreno modificano profondamente la velocità di progressione. È per questo motivo che, nel corso della storia dell’alpinismo e dell’escursionismo, sono stati sviluppati diversi metodi empirici per aiutarci a prevedere quanto tempo impiegheremo lungo un sentiero.

La regola di Naismith: dove tutto è iniziato

La regola di Naismith rappresenta probabilmente il metodo più conosciuto per stimare i tempi di cammino in montagna. Fu proposta nel 1892 dall’alpinista scozzese William W. Naismith, che voleva offrire uno strumento semplice e immediatamente applicabile sul campo.

La formulazione che Naismith propose è elegante nella sua semplicità. Secondo le sue osservazioni, un escursionista medio impiega un’ora ogni cinque chilometri di distanza orizzontale, più un’ora aggiuntiva ogni seicento metri di dislivello positivo. In termini più pratici, questo si traduce in circa dodici minuti per ogni chilometro percorso e dieci minuti per ogni cento metri di salita.

Il grande pregio di questa regola sta proprio nella sua immediatezza: bastano due dati (la lunghezza del percorso e il dislivello da affrontare) per ottenere una stima ragionevole del tempo necessario. È una formula che si può applicare mentalmente anche durante un’escursione, senza bisogno di calcolatrici o strumenti complessi.

Tuttavia, come spesso accade con le semplificazioni, la regola di Naismith mostra alcuni limiti evidenti quando la si applica sul campo. Innanzitutto, non considera affatto il dislivello in discesa, come se scendere non richiedesse tempo aggiuntivo rispetto al camminare in piano. Inoltre, non tiene conto di quanto sia effettivamente ripido un sentiero: per Naismith, cento metri di salita sono sempre cento metri, che siano distribuiti su un chilometro o concentrati in poche centinaia di metri. Infine, ignora completamente fattori come il tipo di terreno che si sta percorrendo, il peso dello zaino, le condizioni meteorologiche, l’altitudine e il livello di allenamento dell’escursionista.

Le correzioni di Langmuir: quando la discesa conta

Fu per superare alcune di queste limitazioni che, negli anni Settanta del secolo scorso, l’escursionista e formatore britannico Eric Langmuir propose una serie di correzioni alla regola originale. La sua attenzione si concentrò in particolare su un aspetto che Naismith aveva completamente trascurato: l’effetto della discesa.

Langmuir osservò che il comportamento dell’escursionista in discesa non segue un andamento uniforme. Quando la pendenza è dolce, spesso si riesce a camminare più velocemente rispetto al piano, sfruttando la gravità a proprio favore. Al contrario, quando la discesa diventa ripida, l’andatura rallenta considerevolmente per ragioni di sicurezza, stabilità e per evitare un eccessivo affaticamento delle articolazioni, specialmente delle ginocchia.

Langmuir introdusse quindi una distinzione basata sull’angolo di pendenza del tratto in discesa. Per discese moderate, con una pendenza compresa all’incirca tra i cinque e i dodici gradi, suggerì di sottrarre tempo alla stima di Naismith, indicativamente dieci minuti ogni trecento metri di dislivello negativo. Per discese più ripide, invece, propose di aggiungere tempo alla stima originale, sempre nella misura di circa dieci minuti ogni trecento metri.

Queste correzioni non sostituiscono la regola di Naismith, ma la completano, rendendo la stima più aderente alla realtà, soprattutto nei percorsi che presentano tratti di discesa significativi.

Altri approcci: da Tranter ai modelli moderni

Nel corso del tempo sono emersi altri metodi empirici, ciascuno con le proprie caratteristiche. La regola di Tranter, ad esempio, introduce coefficienti correttivi che tengono conto del livello di allenamento dell’escursionista, riconoscendo che la differenza tra una persona ben allenata e una meno esperta può essere davvero notevole. Esistono poi varianti locali sviluppate da club alpini e organizzazioni escursionistiche nazionali, spesso adattate alle caratteristiche specifiche del territorio di riferimento, che si tratti delle Alpi, degli Highlands scozzesi o degli Appalachi.

Con l’avvento dei GPS e dei sistemi informativi geografici, sono apparsi modelli più sofisticati basati su funzioni matematiche continue. Uno dei più noti in ambito scientifico è la funzione di Tobler, che esprime la velocità di cammino in funzione della pendenza del terreno. Uno degli aspetti più interessanti di questo modello è che prevede che la velocità massima non si raggiunga camminando in piano, ma su una leggera discesa di circa il cinque percento. Questa funzione è ampiamente utilizzata nei sistemi GIS e nella modellazione dei tempi di percorrenza su larga scala, anche se risulta meno intuitiva da applicare manualmente rispetto alle regole classiche.

Perché nessuna formula è perfetta

È fondamentale tenere presente che nessuna formula, per quanto raffinata, può fornire un tempo “esatto” di percorrenza. I fattori che influenzano realmente la durata di un’escursione sono numerosi e spesso imprevedibili: il tipo di terreno che si incontra (roccia, ghiaia, bosco, neve), le condizioni meteorologiche del momento, l’altitudine e il grado di acclimatazione, il peso dello zaino, l’esperienza e lo stato di forma fisica, senza contare le soste per rifocillarsi, le eventuali difficoltà di orientamento e gli imprevisti che possono sempre presentarsi.

Le regole come quelle di Naismith e Langmuir vanno quindi intese come strumenti di pianificazione, punti di riferimento utili ma non rigide previsioni. Rappresentano un punto di partenza ragionevole, da adattare poi alla propria esperienza personale e alle condizioni specifiche dell’escursione che si sta pianificando.

Uno strumento che si evolve

Dalla fine dell’Ottocento a oggi, la stima dei tempi di percorrenza in montagna si è evoluta da semplici regole empiriche nate dall’osservazione diretta a modelli matematici complessi elaborati con l’ausilio di computer e grandi quantità di dati. La regola di Naismith rimane il fondamento storico e concettuale di quasi tutti i metodi successivi, mentre le correzioni di Langmuir rappresentano uno dei tentativi più efficaci di renderla più aderente alla complessità del cammino in ambiente montano.

Conoscere questi metodi e comprenderne i limiti aiuta l’escursionista non solo a pianificare meglio le proprie uscite, ma anche a sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri limiti e delle caratteristiche del terreno che sta per affrontare. E questa consapevolezza, forse più di qualsiasi formula matematica, è ciò che rende un’escursione non solo piacevole, ma anche sicura.