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Le guerre sui monti: camminare oggi dove un tempo si combatteva

Una foto di 3 soldati che camminano su un sentiero di guerra

C’è qualcosa di straniante nel posare gli occhi su una trincea e rendersi conto che era un posto dove qualcuno viveva, dormiva, mangiava e aspettava. Sui nostri monti, da nord a sud, esistono migliaia di questi luoghi: trincee scavate nella roccia, gallerie militari, forti abbandonati, cimiteri di guerra nascosti tra i larici. Sentieri che oggi percorriamo con gli scarponi e lo zaino in spalla erano, poco più di un secolo fa, linee del fronte, vie di rifornimento e corridoi di fuga.

Camminare su questi terreni non è solo escursionismo. È un modo di fare memoria con il corpo, di capire la montagna attraverso una delle sue storie più dure.

La montagna come campo di battaglia

Durante la Prima Guerra Mondiale, il fronte italo-austriaco si estese per circa 600 chilometri lungo le Alpi e le Prealpi, dalla Stelvio all’Isonzo. Fu una guerra verticale, combattuta a quote impossibili, su ghiacciai e creste dove il freddo e la quota uccidevano quasi quanto il nemico. L’Adamello, l’Ortles, il Pasubio, le Dolomiti: nomi che oggi evocano scenari di trekking alpino d’eccellenza, prima erano teatro di battaglie logoranti.

La Seconda Guerra Mondiale portò su altri monti un conflitto altrettanto brutale: l’Appennino toscoemiliano divenne la Linea Gotica, un sistema di difese tedesche che attraversò l’Italia dalla Versilia a Pesaro. Boschi, crinali, vallate che oggi ospitano escursionisti furono teatro di scontri casa per casa, paese per paese, tra il 1944 e il 1945.

Conoscere questo sfondo non è un requisito per camminare su questi sentieri, ma lo trasforma completamente.

Il Pasubio e la “Strada delle 52 Gallerie”

Tra i percorsi più emblematici d’Italia in questo senso c’è senza dubbio la Strada delle 52 Gallerie (sentiero 366) sul Pasubio, in provincia di Vicenza. Costruita da i genieri italiani tra il 1916 e il 1917 per rifornire le truppe sulle cime senza esporsi al fuoco austriaco, questa mulattiera è una delle opere di ingegneria militare alpina più straordinarie mai realizzate.

Il tracciato è scavato letteralmente nella montagna: 52 gallerie (alcune brevissime, altre lunghe decine di metri), scale in roccia, ponticelli, tornanti sospesi nel vuoto. Parte da Bocchetta Campiglia (1.216 m) e sale fino alla Strada degli Eroi (oltre 1.900 m), con un dislivello di circa 700 metri su poco più di 6 chilometri.

Informazioni tecniche:

  • Lunghezza: circa 6,5 km (solo andata)
  • Dislivello: ~700 m in salita
  • Difficoltà: E (Escursionistico), ma richiede attenzione nelle gallerie buie
  • Tempo: 2,5–3 ore in salita
  • Attrezzatura consigliata: torcia frontale (indispensabile nelle gallerie), bastoncini, abbigliamento a strati
  • Periodo migliore: da giugno a ottobre; le gallerie rimangono fresche anche d’estate
  • Accesso: da Rovereto o Schio verso Bocchetta Campiglia

La particolarità di questo sentiero sta nel fatto che si cammina dentro la storia nel senso più letterale: le gallerie sono rimaste intatte, le pareti portano ancora i segni degli strumenti dei genieri, e ogni uscita all’aperto rivela uno scorcio diverso sulla valle e sulle cime. Il CAI ha inserito il percorso tra i “Cammini storici” del Veneto.

Le Dolomiti della Grande Guerra

Sulle Dolomiti, il fronte attraversò luoghi che oggi sono mete iconiche del trekking alpino: la Marmolada, il Lagazuoi, le Tofane, il Col di Lana. Qui la guerra si combatté anche sottoterra, con mine scavate nel ghiaccio o nella roccia per far saltare in aria le posizioni nemiche. Sul Lagazuoi, tra Cortina e Falzarego, esiste ancora oggi un sistema di gallerie militari percorribile a piedi che permette di scendere dalla cima alla base attraverso l’interno della montagna.

Il Museo all’Aperto del Lagazuoi è uno degli esempi meglio conservati e più visitati di archeologia militare alpina. Il percorso delle gallerie parte dalla stazione a monte della funivia (2.752 m) e scende per circa 500 metri di dislivello attraverso cunicoli, trincee, camminamenti. La discesa a piedi richiede circa 1,5–2 ore; in alternativa si può salire a piedi e scendere in funivia.

In tutta l’area dolomitica, l’Alta Via n. 1 e l’Alta Via n. 2 toccano luoghi di memoria della Grande Guerra. Il passo Falzarego, il rifugio Lagazuoi, il Col di Lana (detto “il monte di sangue” per le perdite subite da entrambe le parti) sono punti di sosta e riflessione oltre che scenari naturali di rara bellezza.

L’ Adamello e la guerra sul ghiaccio

A quote ancora più estreme si svolse la Guerra Bianca sull’Adamello e sull’Ortles-Cevedale, dove italiani e austriaci si fronteggiarono su ghiacciai e creste a oltre 3.000 metri, con temperature invernali che scendevano a –30°C. Decine di soldati morti di freddo o sepolti da valanghe; alcuni corpi vengono ancora oggi restituiti dai ghiacciai in fusione, a oltre cent’anni dalla fine del conflitto.

Oggi l’Adamello è un parco naturale e una delle aree di alta quota più frequentate d’estate dalle guide alpine e dagli escursionisti esperti. Il Sentiero della Pace, che attraversa le Alpi Centrali da Passo dello Stelvio al Monte Rite in Cadore, tocca molti di questi luoghi: è un percorso a tappe di diversi giorni, adatto a escursionisti allenati, che unisce la dimensione naturalistica a quella storica in modo continuo.

La Linea Gotica sull’Appennino

Spostandosi al centro Italia, il paesaggio cambia completamente ma la stratificazione storica resta. La Linea Gotica attraversa l’Appennino tosco-emiliano con una serie di sentieri, percorsi ciclabili e aree museali che collegano i luoghi degli scontri del 1944-45.

In Toscana, alcuni dei percorsi più interessanti si trovano tra la Garfagnana e le Alpi Apuane, dove il fronte passò lungo crinali oggi percorsi da sentieri del CAI. Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano ha sviluppato negli ultimi anni una serie di itinerari tematici legati alla memoria della Resistenza e della guerra di liberazione, con pannelli informativi, segnaletica dedicata e punti di interesse georeferenziati.

Il Museo della Linea Gotica di Montese (MO) e il Museo della Resistenza di Marzabotto, vicino a Bologna, sono punti di riferimento per chi vuole approfondire prima o dopo un’escursione in zona.

Come prepararsi a un’escursione su questi sentieri

Camminare sui sentieri della Grande Guerra o della Seconda Guerra Mondiale richiede qualche accortezza specifica rispetto a un’escursione ordinaria.

Sul piano logistico:

  • Molti siti si trovano in quota o in zone isolate: verificare sempre l’accessibilità stagionale e le condizioni meteo
  • Alcune strutture (gallerie, forti, bunker) sono percorribili solo in determinati orari o con guide autorizzate
  • Portare sempre una torcia frontale con batterie di riserva se si prevede di attraversare gallerie
  • Verificare se il sito è gestito da associazioni o enti locali: spesso esistono visite guidate di grande valore storico

Sul piano della sicurezza:

  • Le aree di ex conflitto possono ancora contenere ordigni inesplosi. Attenersi scrupolosamente ai sentieri segnati e non raccogliere nulla da terra
  • Nelle Dolomiti e sull’Adamello, le strutture rocciose o metalliche legate alla guerra possono essere instabili: non arrampicarsi su trincee o muri

Sul piano culturale:

  • Prima di partire, una lettura di base sul contesto storico arricchisce enormemente l’esperienza
  • Molte biblioteche locali e pro loco delle zone di montagna custodiscono documentazione fotografica e diari di guerra: vale la pena chiedere
Cosa aggiunge, a un’escursione in montagna, sapere che quel prato era una linea del fronte o che quel bosco nascondeva una postazione partigiana?

La risposta è difficile da sistematizzare, ma chiunque abbia camminato in questi luoghi la conosce. C’è una densità diversa nell’aria, una presenza. Il paesaggio smette di essere solo bello e diventa parlante. Le cime, i boschi, i pianori d’alta quota acquistano una dimensione ulteriore: non sono solo natura, sono luoghi dove qualcuno ha sofferto, resistito, sperato.

E camminare, con il proprio corpo, lungo gli stessi pendii dove queste storie si sono svolte, è forse il modo più onesto e diretto che abbiamo per non dimenticare.