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Le origini del trekking in Italia: tra romanticismo e scoperta del selvaggio

Un escursionista che pratica trekking in alta montagna

Quando oggi allacciamo gli scarponi e imbocchiamo un sentiero, difficilmente pensiamo che quel gesto semplice porta dentro di sé due secoli di storia culturale, scientifica e politica. Camminare in montagna per piacere, per scoperta, per sfida personale, non è sempre stato ovvio. Per secoli le Alpi e gli Appennini sono stati visti come un ostacolo da superare il più rapidamente possibile, non come una destinazione. Capire come si è passati dal terrore per le vette al desiderio di conquistarle, prima con gli occhi e poi con i piedi, ci aiuta anche a capire perché oggi il trekking è quello che è: un misto di curiosità scientifica, ricerca estetica e bisogno di misurarsi con la natura.

Un territorio temuto, non amato

Fino al Settecento l’alta montagna non era percepita come un luogo da frequentare per diletto. I racconti dei viaggiatori che attraversavano le Alpi per raggiungere l’Italia descrivevano un ambiente ostile, fatto di dirupi spaventosi e popolato, nell’immaginario collettivo, da creature pericolose e selvatiche. Le Alpi erano la barriera da varcare per arrivare al “Grand Tour” italiano, non la meta del viaggio. Chi le attraversava lo faceva per necessità, smontando addirittura le carrozze per trasportarle pezzo per pezzo da un versante all’altro, oppure facendosi calare a valle su rudimentali lettighe di vimini.

Eppure, già a partire dal Cinquecento, qualcosa cominciava a muoversi. L’Umanesimo aveva aperto uno spiraglio: alcuni studiosi iniziarono a salire in quota non per fuggire la montagna, ma per studiarla. È il caso dello svizzero Konrad Gessner che, a metà del XVI secolo, dichiarava l’intenzione di salire ogni anno almeno una montagna, sia per studiare la flora alpina sia per il beneficio che ne derivava al corpo e alla mente. Erano scintille isolate, ma anticipavano un cambiamento che sarebbe arrivato secoli dopo.

Il Settecento e la svolta scientifica

Il vero punto di svolta arriva con l’Illuminismo e, soprattutto, con il Romanticismo. Da un lato, l’interesse scientifico per la natura spinge naturalisti, geologi e botanici a inerpicarsi sui versanti alpini per studiare rocce, ghiacciai e specie vegetali mai catalogate. Personaggi come Horace Bénédict de Saussure, che già nel 1760 offriva un premio a chi fosse riuscito a raggiungere la cima del Monte Bianco, rappresentano questa fase pionieristica in cui la montagna diventa laboratorio a cielo aperto.

Dall’altro lato, la sensibilità romantica ribalta completamente lo sguardo sul paesaggio alpino. Quello che prima era terrificante diventa sublime. Le vette che incutevano timore cominciano a essere ammirate per la loro magnificenza, e i racconti delle imprese passate, da Annibale a Napoleone, alimentano un’aura leggendaria attorno alle montagne che attira viaggiatori, scrittori e artisti da tutta Europa. Non è un caso che proprio in questi decenni nascano le prime vere cronache di viaggio dedicate esplicitamente alle Alpi, scritte da naturalisti che univano osservazione scientifica e stupore estetico.

È in questo clima che si colloca la data simbolicamente riconosciuta come nascita dell’alpinismo moderno: l’8 agosto 1786, giorno della prima ascensione del Monte Bianco da parte di Michel-Gabriel Paccard e Jacques Balmat. Un’impresa nata da motivazioni scientifiche, legate alla curiosità per l’ambiente glaciale ancora del tutto inesplorato, ma che apre la strada a qualcosa di molto più ampio: l’idea che la montagna possa essere salita per il piacere di salirla.

Dall’alpinismo “scientifico” al gusto della scoperta

Nella prima metà dell’Ottocento il movimento si allarga. Le grandi vette alpine vengono conquistate una dopo l’altra, spesso da viaggiatori inglesi e tedeschi che univano all’interesse scientifico un autentico gusto turistico per la scoperta. È il periodo in cui l’ascensione alpina comincia a intrecciarsi con il turismo di montagna: salire una cima non serve più soltanto a misurare la pressione atmosferica o la temperatura, ma diventa anche un’esperienza da vivere e da raccontare.

Questo percorso si conclude idealmente il 14 luglio 1865, con la prima ascensione del Cervino da parte di Edward Whymper, un’impresa che porta con sé tutti gli elementi che caratterizzeranno l’alpinismo moderno: la competizione fra cordate di diverse nazionalità, la sfida estetica fine a se stessa, e purtroppo anche la tragedia, con la morte di quattro componenti della spedizione durante la discesa. Da questo momento la montagna non è più soltanto terreno di studio, ma arena di confronto fra individui e fra nazioni.

La nascita dei club alpini e il caso italiano

È proprio in questo contesto di entusiasmo crescente che nascono le prime associazioni dedicate alla montagna: l’Alpine Club inglese nel 1857, l’Alpenverein austriaco nel 1862, il Club Alpino Svizzero nel 1863. L’Italia non vuole restare a guardare.

La storia della fondazione del Club Alpino Italiano merita di essere raccontata, perché racchiude perfettamente lo spirito dell’epoca. Nell’agosto del 1863 Quintino Sella, scienziato, alpinista e ministro delle finanze del neonato Regno d’Italia, sale sul Monviso insieme ad alcuni amici: i fratelli Paolo e Giacinto di Saint Robert e il deputato calabrese Giovanni Barracco. È la prima volta che un gruppo di italiani raggiunge la vetta di una grande montagna alpina, dopo che per anni la “conquista delle Alpi” era stata quasi un’esclusiva di viaggiatori britannici e tedeschi. Il Monviso, per la sua posizione interamente in territorio italiano dopo la definizione dei nuovi confini nazionali, diventa quasi un simbolo: la “montagna degli Italiani“.

Tornato dalla salita, Sella scrive una lettera all’amico geologo Bartolomeo Gastaldi in cui osserva come a Londra e a Vienna fossero già nati club di appassionati di montagna, e si chiede perché l’Italia non potesse fare lo stesso. L’appello trova rapidamente consenso: il 23 ottobre 1863, nel Castello del Valentino a Torino, viene fondato ufficialmente il Club Alpino Italiano, quarto sodalizio alpino europeo in ordine di nascita. Nasce così, appena due anni dopo l’Unità d’Italia, un’associazione che lega indissolubilmente lo studio scientifico delle montagne, lo spirito risorgimentale e il piacere della scoperta del territorio: tre ingredienti che, da prospettive diverse, sono ancora oggi al cuore di chi pratica l’escursionismo.

L’alpinismo romantico e il distacco dalla guida

Negli ultimi decenni dell’Ottocento si afferma quella che gli storici della montagna chiamano la fase “romantica” dell’alpinismo. Conquistate le vette principali, lo scopo della salita cambia: non si tratta più solo di arrivare in cima, ma di farlo per vie sempre più difficili, in una sfida che diventa innanzitutto interiore. Si diffonde anche la pratica dell’alpinismo “senza guida”, con la prima salita del Monte Bianco senza accompagnatori professionisti datata 1855. Non si tratta di un rifiuto delle guide alpine, con le quali continua a esistere una collaborazione stretta e fruttuosa, quanto piuttosto dell’emergere di un nuovo individualismo: la montagna come terreno per misurare se stessi, non solo come ostacolo tecnico da superare.

È un’epoca segnata anche da figure quasi leggendarie, capaci di trasformare la salita in un atto quasi eroico, e dalla nascita dei primi club alpini accademici, pensati per formare alpinisti capaci di guidare le proprie cordate in autonomia. Parallelamente, però, la pratica della montagna resta per lungo tempo un’attività elitaria, riservata a chi aveva tempo libero e mezzi economici: solo più avanti, con il Novecento, il miglioramento dei trasporti e la diffusione del tempo libero renderanno l’escursionismo accessibile a un pubblico molto più ampio.

Dalla conquista delle vette al cammino lento

C’è un aspetto, spesso trascurato nei racconti centrati sulle grandi conquiste alpinistiche, che riguarda più da vicino chi pratica trekking ed escursionismo oggi: la rete di sentieri che attraversa l’Italia non nasce affatto con l’alpinismo romantico, ma da motivi molto più antichi e pratici. Le mulattiere e le vie di crinale che oggi percorriamo per piacere erano, in origine, le strade del commercio e della sussistenza: tracciati usati da mercanti, pastori e viaggiatori per spostare merci o per raggiungere pascoli e villaggi, attraversando Alpi e Appennini con la sola forza delle gambe e dei muli. Percorsi come l’antica Via del Sale, nata sulle tracce dei commercianti che trasportavano il sale dalle coste liguri verso il Piemonte, sono un esempio di come l’infrastruttura del camminare in montagna fosse già consolidata molto prima che qualcuno pensasse di farlo per diletto.

È questa doppia eredità, quella scientifico-romantica della conquista delle vette e quella pratica dei cammini di lavoro e di fede, a costituire il terreno su cui si è poi sviluppato l’escursionismo moderno. Quando nel corso del Novecento il trekking comincia a distinguersi dall’alpinismo come attività autonoma, meno tecnica e più aperta a tutti, eredita da entrambe le tradizioni: il gusto romantico per il paesaggio e la scoperta, e la concretezza dei sentieri tracciati da secoli di vita di montagna.

Un’eredità che continua a camminare

Capire le origini del trekking significa anche capire perché, ancora oggi, chi cammina in montagna porta con sé un duplice sguardo: quello dell’osservatore curioso, che vuole capire la geologia, la flora e la storia dei luoghi che attraversa, e quello del cercatore di emozioni, che cerca nella fatica del cammino e nella vastità del panorama qualcosa che la vita quotidiana non offre. Romanticismo e scoperta del selvaggio, appunto: due anime che duecento anni fa hanno trasformato un territorio temuto in una meta desiderata, e che continuano a guidare, passo dopo passo, chi oggi si mette in marcia su un sentiero.

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