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Quando le montagne diventarono misurabili: la nascita delle carte topografiche

Una mappa topografica

Il 28 gennaio 1863 il Consiglio federale svizzero decise di cambiare nome alla cima più alta del massiccio del Monte Rosa. Fino ad allora le carte la chiamavano semplicemente Höchste Spitze, la «punta più alta». Da quel giorno sarebbe stata la Dufourspitze, in onore di Guillaume-Henri Dufour, l’ufficiale che aveva diretto la prima carta topografica ufficiale della Svizzera, come riporta il Dizionario storico della Svizzera. La montagna era già stata salita il 1° agosto 1855. A darle un nome, però, non fu chi l’aveva scalata ma chi l’aveva misurata.

Il dettaglio dice molto di come l’Ottocento guardava alla montagna: misurarla valeva quasi quanto salirla. E dice qualcosa anche a chi oggi apre una carta 1:25.000 prima di una gita. Quella carta è l’ultimo anello di una catena di rilievi, calcoli e scelte di rappresentazione iniziata nel Settecento. Conoscerla aiuta a capire che cosa la carta dichiara con precisione, che cosa solo in modo approssimato e che cosa non dichiara affatto.

Dalla posizione stimata alla rete di triangoli

Prima che si diffondessero i rilievi sistematici, la posizione dei luoghi su una carta a grande scala dipendeva in larga parte da stime e da rilievi locali non collegati tra loro. Il metodo che cambiò le cose è la triangolazione: si misura con cura una linea di base sul terreno, poi si osservano gli angoli verso punti lontani (campanili, torri, vette) e si costruisce una rete di triangoli i cui vertici hanno una posizione calcolata. Il dettaglio del paesaggio viene poi rilevato all’interno di quella rete.

La prima applicazione su scala nazionale è di solito identificata nella carta di Francia della famiglia Cassini. Secondo la scheda della Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda, la Carte géométrique de la France in scala 1:86.400 fu la prima carta di un grande Stato fondata su una triangolazione estesa a tutto il territorio e servì da modello per altri Paesi. La impostò César-François Cassini de Thury e la portò a termine il figlio Jean-Dominique. Le schede della Biblioteca digitale della Difesa francese datano i rilievi tra il 1756 e il 1789 e la pubblicazione dei circa 180 fogli tra il 1756 e il 1815.

Misurare la posizione di un campanile o di una cima, però, è una cosa. Rappresentare l’altezza e la forma del terreno in modo misurabile è un’altra. Per i rilievi alpini questa seconda sfida si sarebbe giocata nell’Ottocento.

Le Alpi entrano in carta

Tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento tre Stati si ritrovarono a dover cartografare territori di montagna: la Confederazione svizzera, l’Impero asburgico e il Regno di Sardegna. Le carte che ne uscirono nacquero quasi sempre per esigenze di amministrazione e di difesa, e questo spiega perché alcune rimasero a lungo riservate.

La carta Dufour

Dufour fu nominato quartiermastro generale della Confederazione nel 1832 e diresse i lavori di triangolazione da cui nacque la carta della Svizzera in scala 1:100.000, iniziata in quell’anno e completata nel 1864 secondo il Dizionario storico della Svizzera; alcune schede di biblioteca indicano il 1865 come anno di chiusura. Il Cantone dei Grigioni ricorda che dal 1838 l’ufficio di Dufour a Ginevra divenne l’Ufficio federale di topografia, oggi swisstopo, e che la carta, incisa su rame, rendeva il rilievo con tratteggi ombreggiati. I fogli furono 25, come racconta il Museo nazionale svizzero.

C’è un particolare utile a capire il rapporto tra scala e dettaglio: secondo la voce enciclopedica dedicata alla carta, i rilievi originali furono eseguiti a scale maggiori (1:25.000 per l’Altopiano, 1:50.000 per la montagna) e poi ridotti a 1:100.000 per la stampa. Ciò che il rilevatore aveva visto era più di ciò che la carta pubblicata poteva mostrare.

Tirolo e Veneto sotto gli Asburgo

Più a est lavorava la macchina cartografica militare asburgica. Nel Tirolo storico la cosiddetta Seconda levata (o levata franceschina), avviata nel 1806 per l’intero impero, fu eseguita tra il 1816 e il 1821: 145 fogli disegnati a mano in scala 1:28.800, secondo l’Archivio provinciale del Tirolo. L’opera era segreto militare. Dai fogli originali derivò però una carta a stampa, la Spezialkarte del Tirolo, pubblicata come incisione su rame nel 1823. Una Terza levata seguì dal 1869 al 1887.

Per i territori oggi veneti e friulani esiste la Kriegskarte di Anton von Zach, eseguita tra il 1798 e il 1805 in scala di circa 1:28.800 su 120 fogli, come si legge nella scheda dell’edizione scientifica del 2005 (Cristina Fossaluzza, Università Ca’ Foscari di Venezia).

Gli Stati sardi

Il Regno di Sardegna produsse la Carta topografica degli Stati in terraferma, opera del Corpo Reale di Stato Maggiore: 91 fogli in scala 1:50.000, pubblicati nel corso degli anni Cinquanta dell’Ottocento (i cataloghi riportano estremi diversi, fino al 1870). Le longitudini erano calcolate rispetto all’Osservatorio Reale di Torino, come si legge nelle schede della Biblioteca digitale della Difesa francese. La scheda catalografica dell’Instituto Geográfico Nacional spagnolo segnala che l’opera comprendeva anche testi sulla costruzione della carta e un elenco con posizione geografica e altitudine dei principali punti trigonometrici. È la triangolazione che si lascia vedere: le quote che leggiamo sulle cime discendono da una rete di punti calcolati, a cui il resto del rilievo viene appeso.

Notiamo anche un dettaglio che tornerà utile: ogni Stato misurava le longitudini a partire da un meridiano proprio, Torino, Roma, Parigi.

Dal tratteggio alla curva di livello

Il tratteggio ombreggiato della carta Dufour dà un’impressione efficace del rilievo, ma è un’impressione: dal tratteggio non si legge una quota. La soluzione, oggi familiare a ogni escursionista, è la curva di livello, o isoipsa: una linea che unisce tutti i punti alla stessa altitudine, tracciata a intervalli verticali costanti.

La storia della sua origine è meno lineare di come viene talvolta raccontata. Una memoria di M. Schmidt pubblicata nel 1922 dall’Accademia bavarese delle scienze indica, per quanto era noto allora, Jean-Louis Dupain-Triel come il primo a trasformare la rappresentazione del terreno con linee di uguale altezza in un metodo di uso generale: lo avrebbe presentato all’Accademia di Parigi nel 1771 e applicato nel 1791 a una carta delle altezze della Francia. Uno studio pubblicato dal Comité français de cartographie discute invece esempi precedenti, tra cui la carte nivelée della Brigade de Clerc, e inserisce la nascita delle curve in un percorso lungo, che parte dalle quote dei sondaggi in mare. Le fonti consultate non permettono di indicare un unico inventore con certezza.

Quel che è certo è la conseguenza pratica. Con le curve di livello la montagna smette di essere solo un disegno e diventa un oggetto da cui si possono ricavare numeri: dislivelli, pendenze, profili.

L’Italia unita e l’Istituto Geografico Militare

Con l’Unità, nel 1861, le tradizioni cartografiche degli Stati preunitari confluirono nell’Ufficio Tecnico del Corpo di Stato Maggiore: vi si riunirono gli uffici del Regno di Sardegna, napoletano e toscano. La sede passò da Torino a Firenze nel 1865. Nel 1872 l’ufficio divenne Istituto Topografico Militare e nel 1882 assunse il nome di Istituto Geografico Militare (IGM). Le tappe si ricostruiscono dagli appunti didattici dell’Università di Trieste e dal verbale dell’audizione del comandante dell’IGM in Consiglio comunale a Firenze.

Il compito era rilevare l’intero territorio e produrre la Carta topografica d’Italia in scala 1:100.000, in gran parte con la tavoletta pretoriana, lo strumento del rilevamento a piano. Da quello strumento deriva anche il nome delle tavolette 1:25.000, le sezioni di maggior dettaglio, come ricorda lo storico della cartografia Andrea Cantile in un saggio del 2024. Oggi l’IGM svolge le funzioni di ente cartografico dello Stato ai sensi della legge 68 del 2 febbraio 1960.

Il rapporto con l’escursionismo

C’è una traiettoria che le carte condividono: nate come strumenti dello Stato e dell’esercito, spesso riservate, sono passate nel tempo nelle mani di chi cammina per scelta. Il Club Alpino Italiano nasce a Torino nel 1863, per iniziativa di Quintino Sella, con lo scopo di promuovere l’alpinismo, la conoscenza delle montagne e la difesa del loro ambiente naturale (leggi l’articolo), come ricorda il materiale didattico del Comitato scientifico centrale. È lo stesso anno in cui la vetta più alta del Monte Rosa prese il nome di un cartografo.

Oggi la scala 1:25.000 è la cartografia più usata nell’escursionismo. Nei corsi del CAI, dal corso per Operatori naturalistici e culturali alla Scuola di Alpinismo della sezione di Varese, lettura della carta e orientamento sono lezioni a sé.

Che cosa leggere davvero su una carta oggi

Quanto segue è un insieme di criteri generali. Alcuni dettagli (equidistanza, sistema di coordinate, simboli) cambiano da carta a carta e vanno sempre verificati in legenda.

Scala e limite grafico

Su una carta 1:25.000 un centimetro corrisponde a 250 metri e quattro centimetri a un chilometro. Una linea sottile, per quanto precisa, ha una larghezza: per convenzione l’errore di graficismo a questa scala è dell’ordine di cinque metri. Sulla carta un sentiero è una linea; sul terreno è una traccia che può spostarsi di qualche metro e che una frana o un’alluvione può cancellare.

Equidistanza e pendenza

L’equidistanza è la differenza di quota tra due curve consecutive ed è riportata nel margine della carta. Non è uguale ovunque: il manuale Gioventù e Sport dell’Ufficio federale dello sport svizzero indica 10 o 20 metri per le carte svizzere 1:25.000 (a seconda delle zone) e 20 metri per quelle 1:50.000, mentre le dispense della sezione CAI di Varese ricordano che per l’IGM il valore tipico è 25 metri.

Curve ravvicinate indicano un pendio ripido, curve distanziate un terreno dolce. Un esempio numerico: su una 1:25.000 con equidistanza di 25 metri, se tra due curve passano 2 millimetri sulla carta (50 metri in orizzontale), il pendio sale di 25 metri ogni 50, cioè ha una pendenza del 50%, circa 27 gradi.

Il manuale svizzero segnala poi due insidie. La prima è percettiva: a parità di pendio, sulla 1:25.000 il terreno appare più dolce che sulla 1:50.000, perché le curve sono più distanziate. La seconda è strutturale: tra due curve possono nascondersi brevi tratti ripidi o pianeggianti che la carta non mostra.

Distanza sulla carta e distanza sul terreno

La distanza che si misura con il righello sulla carta è planimetrica, cioè in proiezione orizzontale. Il cammino vero è più lungo e lo è tanto più quanto il pendio è ripido. Il CAI propone una tabella con un coefficiente moltiplicativo: 1,04 per una pendenza del 30%, 1,12 per il 50%, circa 1,41 per una pendenza del 100%, cioè 45 gradi. Nell’esempio di prima, 50 metri letti sulla carta diventano circa 56 metri di cammino. Su un’intera gita il divario si accumula, e conviene tenerne conto quando si stimano i tempi di marcia.

Coordinate, sistema di riferimento e meridiani

Chi legge coordinate da una carta e le inserisce in un dispositivo GPS o in un’app deve sapere in quale sistema sono espresse. Le carte storiche dell’IGM possono usare la proiezione Gauss-Boaga con il sistema Roma 40, le cui longitudini sono riferite al meridiano di Roma Monte Mario, oppure la proiezione UTM con il sistema ED50. Il sistema di riferimento geodetico nazionale è ETRF2000 (epoca 2008.0), adottato con il decreto del 10 novembre 2011 e realizzazione del sistema europeo ETRS89.

Data di edizione e declinazione magnetica

L’andamento del terreno cambia lentamente. I sentieri, i segnavia, i rifugi e le strade forestali cambiano molto più in fretta. L’anno di edizione o di ultimo aggiornamento, di solito in legenda, dice quanto fidarsi di questi elementi. Per i sentieri conviene confrontare la carta con le informazioni delle sezioni CAI, degli enti parco o dei catasti regionali dei sentieri.

La declinazione magnetica, cioè l’angolo tra il nord geografico e quello magnetico, è stampata in legenda ma si riferisce a una data precisa e varia lentamente nel tempo. Se si orienta la carta con la bussola, il valore riportato va letto tenendo conto dell’anno di edizione.

Carta e difficoltà

La scala CAI (T, E, EE, EEA) descrive il tipo di terreno e le capacità richieste. È un attributo dell’itinerario, non qualcosa che si legge dalle curve di livello. Le curve aiutano però a capire perché un tratto ricada in una certa categoria: nella definizione CAI, il livello EE comprende sentieri o tracce su terreno impervio e infido, con pendii ripidi o scivolosi. Un tratto con curve fittissime è un segnale da prendere sul serio, non un dato da classificare con un’etichetta. Per la definizione completa si rimanda al documento Classificazione difficoltà del CAI.

Una misura non è il terreno

Le montagne sono diventate misurabili, e questo ha cambiato il modo di frequentarle. Misurabile però non vuol dire prevedibile. Una curva di livello è il risultato di rilievi, ipotesi e arrotondamenti fatti da qualcuno in un momento preciso, a una certa scala, con un certo strumento. Dice dove il terreno sale e quanto, in media. Non dice se quel pendio, in ottobre, dopo le prime gelate, è fatto di erba asciutta o di lastroni ghiacciati.

Questo articolo non sostituisce un corso né l’esperienza. Le scuole e i corsi del CAI dedicano lezioni intere a topografia e orientamento: sono il posto giusto per imparare a mettere insieme la carta, la bussola, l’altimetro e, soprattutto, l’occhio.

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