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Accendere un fuoco in montagna. Cosa dice la legge e come evitare situazioni pericolose

Un fuoco acceso in montagna

Capita quasi a tutti, prima o poi, lungo un sentiero: la sera si avvicina, la temperatura scende, e l’idea di un fuoco scoppiettante attorno a cui scaldarsi o cuocere qualcosa sembra la cosa più naturale del mondo. Eppure, quello che per generazioni è stato un gesto semplice e quasi automatico dell’andare in montagna oggi è disciplinato da una rete fitta di norme, spesso poco conosciute da chi cammina. Conoscerle non è un dettaglio burocratico: significa evitare sanzioni pesanti, ma soprattutto significa proteggere gli stessi ambienti che ci portano in quota a camminare.

Perché la legge è così rigida

I boschi italiani bruciano ogni anno per migliaia di ettari, e la stragrande maggioranza degli incendi non nasce da cause naturali ma da comportamenti umani: un mozzicone gettato con leggerezza, un barbecue improvvisato, un fuoco da bivacco lasciato incustodito. Nelle stagioni più secche basta una scintilla e un colpo di vento per trasformare una sosta pranzo in un disastro che richiede giorni per essere domato. È per questo che la legge ha scelto un approccio prudente: vietare per principio, e concedere eccezioni solo in contesti controllati.

Cosa dice la legge italiana

Il riferimento nazionale è la Legge 21 novembre 2000, n. 353, la cosiddetta legge quadro in materia di incendi boschivi. È lei a stabilire i principi generali, mentre il dettaglio operativo viene affidato alle Regioni, che attraverso le Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale (le cosiddette PMPF) definiscono distanze, periodi e modalità specifiche per il proprio territorio.

La regola di fondo, comune a tutto il Paese, è semplice da ricordare: accendere un fuoco dentro un bosco è sempre vietato, e lo è anche a una certa distanza dal limite del bosco stesso. Questa distanza di rispetto varia da regione a regione: si va da poche decine di metri fino a divieti che si estendono per 100-200 metri, a seconda delle prescrizioni locali. Nei Parchi Nazionali e Regionali il divieto è ancora più netto e riguarda l’intero territorio protetto, salvo le aree attrezzate appositamente pensate per l’accensione controllata, dotate di focolari, barbecue in muratura o strutture simili.

Sul piano penale, chi provoca un incendio boschivo, anche solo per negligenza, rischia conseguenze molto serie: l’articolo 423 bis del Codice Penale punisce chi cagiona un incendio su boschi e foreste con la reclusione, pene che si aggravano ulteriormente se l’evento provoca danni a persone o cose.

Le regole cambiano da regione a regione

Non esiste un’unica mappa valida ovunque. In Alto Adige, ad esempio, la distanza minima di sicurezza dal bosco è fissata a 20 metri dalla legge provinciale sull’ordinamento forestale, mentre altrove le prescrizioni regionali indicano soglie più ampie. Anche le sanzioni amministrative variano: si parte da importi contenuti per le violazioni più lievi, fino a cifre molto più alte se la trasgressione avviene durante i periodi dichiarati a rischio.

Per un escursionista, questo significa una cosa pratica e concreta: prima di partire, vale la pena controllare le ordinanze del Comune o dell’ente parco della zona che si intende attraversare, oltre al sito della Regione, che pubblica solitamente una mappa aggiornata delle aree e dei periodi soggetti a restrizioni.

I periodi di massima pericolosità

Ogni Regione, in base alle condizioni climatiche stagionali, può dichiarare un vero e proprio “stato di grave pericolosità per gli incendi boschivi”. Nei periodi coperti da questa dichiarazione, tipicamente concentrati tra la tarda primavera e la fine dell’estate nelle zone più esposte alla siccità, il divieto di accendere fuochi diventa assoluto e si estende spesso anche fuori dal bosco, su pascoli e terreni incolti limitrofi. In questi periodi anche gettare un mozzicone acceso può costituire un illecito.

Anche il fornelletto da campeggio rientra nel divieto?

Qui nasce spesso confusione tra chi frequenta i sentieri. Molte prescrizioni regionali definiscono “fuoco” qualunque fiamma libera, compresa quella di un fornello da campeggio a gas, ad alcol o a pastiglie di esbit, e non solo il classico falò a terra. Durante i periodi di massimo rischio, quindi, anche l’uso di un fornellino per scaldare l’acqua del tè può risultare vietato in alcune zone. La cosa più sicura è verificare le prescrizioni locali prima di partire e, quando possibile, preferire soste attrezzate o portare cibi che non richiedono cottura nei periodi più critici.

E in caso di reale emergenza?

Il discorso cambia quando accendere un fuoco non è una scelta ma una necessità di sopravvivenza: un bivacco non programmato, condizioni meteo avverse, un principio di ipotermia. In situazioni di questo tipo, l’ordinamento riconosce lo stato di necessità come scriminante, cioè come circostanza che può escludere la responsabilità di chi ha agito per salvare sé o altri da un pericolo grave e attuale. Non è comunque un lasciapassare: il fuoco va limitato al minimo indispensabile, tenuto sotto stretto controllo e segnalato appena possibile alle autorità competenti.

Cosa fare per un’escursione senza rischi

Qualche accorgimento pratico riduce quasi a zero le probabilità di trovarsi in difficoltà, sia dal punto di vista della sicurezza sia da quello legale:

  • Verificare, prima della partenza, le ordinanze comunali e regionali sul rischio incendi della zona che si intende attraversare.
  • Preferire sempre le aree attrezzate quando l’itinerario le prevede.
  • Nei periodi di massima pericolosità, evitare qualsiasi fiamma libera, fornelletti da campeggio inclusi.
  • Se l’uso del fuoco è consentito, isolarlo con pietre, ripulire l’area dalla vegetazione secca circostante e non allontanarsi mai finché non è completamente spento.
  • Portare con sé acqua o terra a sufficienza per spegnerlo del tutto, verificando che le braci non siano più calde al tatto.
  • Avere sempre a portata di mano i numeri utili in caso di avvistamento di un incendio: 1515 per i Carabinieri Forestali, 115 per i Vigili del Fuoco.

La montagna non nega il fuoco per capriccio burocratico: lo regola perché conosce, meglio di chiunque altro, quanto un gesto distratto possa costare un intero ecosistema. Informarsi prima di partire resta, come sempre, il primo strumento di sicurezza a disposizione di chi cammina.

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