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Escursionismo e social media: come cambia il rapporto con la natura

Tre ragazzi si fanno un selfie durante l'escursione per condividerla sui social

Pochi anni fa, tornare da un trekking significava raccontare l’esperienza a voce, magari davanti a una birra o sfogliando le fotografie stampate qualche settimana dopo. Oggi, la vetta viene condivisa in tempo reale, il panorama diventa una “Storia” e il percorso viene taggato prima ancora di aver tolto gli scarponi. I social media hanno trasformato profondamente il modo in cui viviamo — e comunichiamo — l’escursionismo. Non sempre in meglio, non sempre in peggio. Ma sicuramente in modo radicale.

Il lato positivo: una comunità che cresce

Va detto subito: i social media hanno fatto cose buone per il mondo del trekking. Hanno abbattuto le barriere d’ingresso per chi si avvicina per la prima volta all’escursionismo, democratizzando un patrimonio di conoscenze che un tempo circolava solo nelle sezioni CAI o tra gruppi di appassionati esperti.

Su Instagram, YouTube e TikTok proliferano video di tecnica di camminata, confronti tra scarpe da trekking, tutorial sull’orientamento con carta e bussola, guide alla lettura delle previsioni meteo in montagna. Chiunque voglia iniziare a fare escursioni trova oggi una quantità di contenuti pratici impensabile fino a dieci anni fa.

Anche la comunità online ha un valore reale. Gruppi Facebook dedicati a singoli massicci montuosi, profili Instagram di trail runner e hikier, subreddit internazionali sui sentieri a lunga percorrenza: sono spazi dove si scambiano informazioni aggiornate sullo stato dei sentieri, sulle condizioni del manto nevoso, sulla chiusura di rifugi. Informazioni che possono fare la differenza in termini di sicurezza e pianificazione.

Il problema dell’overtourism sentieristico

C’è però un rovescio della medaglia difficile da ignorare. Alcune aree naturali, diventate virali sui social, hanno subito un’impennata di presenze difficile da gestire. Certi laghi alpini raggiungibili con escursioni relativamente brevi, alcune cascate nascoste tra i boschi, determinate “finestre” panoramiche che sembrano fatte apposta per uno scatto: luoghi un tempo frequentati da pochi appassionati si sono ritrovati sommersi da migliaia di visitatori stagionali, molti dei quali impreparati o semplicemente lì per la foto.

Il fenomeno è documentato in tutto l’arco alpino e appenninico. Sentieri erosi dall’eccesso di passaggi, vegetazione calpestata ai bordi dei percorsi, rifugi intasati nei weekend senza prenotazione. L’hashtag ha portato persone, e le persone — senza un’adeguata cultura del camminare in montagna — hanno portato impatto.

Non è una colpa dei social in sé, ma di un uso acritico e spesso inconsapevole di questi strumenti. La differenza tra un contenuto che ispira rispetto dell’ambiente e uno che semplicemente alimenta il turismo mordi-e-fuggi passa dalle scelte di chi crea e pubblica.

La trappola della performance

C’è un aspetto più sottile, che riguarda la psicologia dell’escursionismo nell’era dei social. Quando si cammina pensando già a come documentare l’uscita — quale inquadratura, quale caption, quanti like otterrà il tramonto sulla cresta — il rapporto con la natura cambia natura. L’esperienza tende a diventare un prodotto, la montagna uno sfondo, il silenzio qualcosa da interrompere per registrare un reel.

Molti escursionisti lo riconoscono: c’è una certa pressione implicita a rendere ogni uscita “degna di essere pubblicata”. Percorsi meno fotogenici ma altrettanto belli rischiano di essere scelti meno. Uscite in condizioni di luce piatta, nella nebbia o sotto la pioggia — che spesso regalano esperienze potenti e solitarie — vengono sottovalutate perché “non vengono bene in foto”.

Il rischio è uno squilibrio tra l’essere presenti e il documentare. Tra il vivere il sentiero con tutti i sensi e il vederlo come una sequenza di inquadrature.

Responsabilità digitale sul sentiero

Il concetto di Leave No Trace, pilastro etico dell’escursionismo consapevole, sta lentamente guadagnando spazio anche nel discorso digitale. Alcuni creator di settore hanno iniziato a parlare apertamente di “responsabilità nella geolocalizzazione”: mostrare un luogo senza indicarne le coordinate esatte, descrivere un’area senza spiegarne l’accesso preciso, rimandare la pubblicazione di certe location fuori stagione per evitare picchi di affluenza.

Si tratta di piccole scelte, ma significative. L’escursionista che pubblica uno scatto spettacolare ha — che lo voglia o no — una responsabilità verso quell’ambiente. Un profilo seguito da diecimila persone che indica un sentiero fragile o un’area protetta rischia di fare più danni di un articolo su una rivista specializzata.

Alcune federazioni e parchi naturali italiani hanno iniziato a lavorare in questa direzione, collaborando con creator e influencer del settore per promuovere codici di comportamento condivisi e campagne di sensibilizzazione rivolte al pubblico digitale.

Il GPS, le app e la falsa sicurezza

Un capitolo a parte merita la proliferazione delle app di navigazione escursionistica — come la nostra — e il loro rapporto con i social media. Queste piattaforme condividono una logica simile: l’utente traccia, condivide, accumula attività, raccoglie o commenti.

Il modello ha indubbi vantaggi: percorsi verificati da altri escursionisti, mappe aggiornate, possibilità di pianificare uscite dettagliate. Ma ha anche un limite strutturale: alimenta la convinzione che avere una traccia GPS sul telefono equivalga a saper navigare in montagna.

Il GPS può scaricarsi, perdersi il segnale, guidare su sentieri impercorribili in determinate condizioni. Seguire ciecamente una traccia scaricata da un’app, senza saper leggere il terreno, il meteo e i propri limiti fisici, è una delle cause ricorrenti negli interventi di soccorso alpino.

La tecnologia è uno strumento, non una guida. E nessun numero di like su social sostituisce l’esperienza diretta, la formazione tecnica e il buon senso.

Verso un escursionismo consapevole nell’era digitale

La questione non è tornare indietro — sarebbe impossibile e probabilmente inutile. I social media sono ormai parte integrante dell’ecosistema escursionistico, e ignorarli non li fa sparire. La sfida è usarli in modo maturo e consapevole.

Questo significa, concretamente, alcune cose:

Camminare prima di tutto per sé stessi, non per il like. L’esperienza sul sentiero vale indipendentemente da ciò che se ne può ricavare in termini di contenuti.

Scegliere con cura cosa e come condividere, tenendo conto dell’impatto che un contenuto virale può avere su luoghi fragili.

Investire nella propria preparazione tecnica — saper usare carta e bussola, conoscere le norme di comportamento in montagna, essere in grado di valutare il proprio livello rispetto a un percorso — prima di fidarsi ciecamente di app e tracce condivise.

Sostenere i creator che parlano di montagna con onestà, profondità e rispetto per l’ambiente, distinguendoli da chi usa il paesaggio alpino come sfondo decorativo per contenuti di intrattenimento.

La montagna non cambia.


Cambia il modo in cui ci avviciniamo a lei, e questa è una responsabilità che appartiene a tutti noi — con o senza smartphone in mano.