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Vivere isolati: storie di comunità remote e vita d’alta quota

Una casa che testimonia la scelta di vivere isolati di molte comunità

Chi cammina in montagna per ore, a volte per giorni, prima o poi si imbatte in un tetto. Una baita con il fumo dal camino, un rifugio con le luci accese oltre i duemila metri, un pugno di case appese a un versante che sembra impossibile da abitare. È uno dei momenti più intensi dell’escursionismo: la sorpresa di scoprire che, dove noi siamo di passaggio per una manciata di ore, qualcuno ha scelto di vivere tutto l’anno.

Le comunità che hanno fatto dell’altitudine e dell’isolamento la propria normalità, e che il camminatore incontra – spesso senza saperlo – lungo i sentieri che percorre. Cominciamo da un paradosso: più si sale, più si scopre che la montagna non è mai stata vuota.

I record dell’abitare in quota

Se cercate il centro abitato più alto d’Italia, non troverete un capoluogo ma una frazione sparsa: Trepalle, nel comune di Livigno, in alta Valtellina. Le sue case, distribuite attorno ai 2.069 metri della parrocchia di Sant’Anna – la più alta d’Europa – toccano quote ancora superiori nelle borgate di Passo d’Eira, oltre i 2.200 metri. Un luogo dove nel 1956 si registrò una delle temperature più basse mai misurate in Italia, quasi 41 gradi sotto zero, e dove per secoli l’isolamento invernale è stata la regola più che l’eccezione.

Attraversando il confine, in Val Bregaglia, si arriva a Juf: nei Grigioni svizzeri, a 2.126 metri, è considerato l’insediamento abitato tutto l’anno più alto d’Europa, una manciata di famiglie di origine walser che vivono di agricoltura e turismo lento in un paesaggio spoglio ai piedi del Passo del Settimo. Trepalle e Juf si contendono da decenni questo primato: un dettaglio che dice poco sulla vita reale di chi ci abita, ma molto su quanto la montagna sappia ancora sorprendere chi pensa che l’Europa non abbia più luoghi estremi.

Per chi cammina, questi paesi non sono solo curiosità da guida turistica: sono la prova che alcuni itinerari di trekking attraversano ancora oggi comunità vive, non semplici rovine o quinte scenografiche.

I custodi dei rifugi: l’isolamento come mestiere

C’è una forma di vita isolata che ogni escursionista conosce da vicino, spesso senza pensarci: quella dei gestori di rifugio. Persone che per mesi vivono sopra i duemila metri, raggiungibili solo a piedi, con la nebbia, la neve fuori stagione e il silenzio come compagni quotidiani.

Duilio Boninsegna, da oltre trent’anni custode del rifugio Pradidali nelle Pale di San Martino, racconta stagioni in cui il rifugio si riempiva oltre ogni limite, con materassi sistemati ovunque pur di offrire un posto letto e un piatto caldo a chi arrivava dal sentiero. Massimo Manavella, rifugista del Selleries in Val Chisone, descrive l’inverno come la stagione morta che lascia spazio alla scrittura e alla poesia, dopo mesi di lavoro ininterrotto per gli escursionisti estivi. Carlo Budel, alla Capanna Punta Penia sulla Marmolada, ha lasciato un lavoro in fabbrica dopo i quarant’anni per tornare a gestire in solitaria uno dei rifugi più alti delle Dolomiti, esposto a bufere di neve anche in agosto.

Sono figure che raramente compaiono nei racconti di chi torna da un’escursione, eppure sono il motivo per cui quell’escursione è stata possibile: chi rifornisce il rifugio, chi tiene aperto il sentiero, chi decide – ogni stagione – se vale ancora la pena restare lassù.

La montagna che si sposta: pastori, malghe, alpeggi

C’è poi un isolamento stagionale, antico quanto le Alpi: quello della transumanza. Ogni estate, pastori e mandriani accompagnano greggi e mandrie dai fondovalle ai pascoli d’alta quota, dove le malghe diventano per mesi vere e proprie abitazioni, con la stalla per il bestiame e la casera per la lavorazione del latte. È un ritmo di vita scandito dalle stagioni più che dal calendario, che in Trentino, Alto Adige e in molte valli alpine è ancora accompagnato da feste tradizionali per la monticazione di giugno e il rientro a valle di settembre.

Per chi cammina, gli alpeggi sono spesso un punto di riferimento lungo il percorso: un luogo dove chiedere indicazioni, riempire la borraccia, assaggiare un formaggio di malga fatto poche ore prima. Alcuni itinerari escursionistici, come i sentieri etnografici che ripercorrono le antiche vie del bestiame, sono pensati apposta per far incontrare i camminatori con questo mondo, spiegando la fatica e i saperi di chi sceglie ancora oggi di passare l’estate lontano da tutto, in compagnia solo degli animali e del silenzio.

Borghi che si svuotano, borghi che rinascono

Dietro molte delle atmosfere che rendono affascinante un trekking – il borgo abbandonato, la casa con le persiane chiuse, la chiesetta senza più una comunità che vi si raccolga – c’è una storia meno romantica: quella dello spopolamento montano. Dal secondo dopoguerra, milioni di persone hanno lasciato le valli alpine e appenniniche per le città, in cerca di lavoro, scuole e servizi sanitari più vicini. Oggi l’Italia conta oltre 3.300 comuni classificati come totalmente montani, molti dei quali hanno perso nei decenni gran parte della popolazione.

Negli ultimi anni, però, qualcosa si sta muovendo in direzione opposta. Il fenomeno che gli osservatori chiamano neopopolamento ha portato, secondo i dati più recenti diffusi dalle organizzazioni che si occupano di montagna, oltre centomila persone a trasferirsi stabilmente in area montana negli ultimi anni. Regioni e province autonome – dal Trentino al Piemonte, dalla Valle d’Aosta alla Lombardia – hanno attivato bandi e incentivi economici per chi decide di tornare ad abitare i borghi a rischio abbandono.

Anche il mondo dell’escursionismo ha un ruolo in questa storia. Il Sentiero Italia CAI, che con i suoi quasi ottomila chilometri attraversa tutte le regioni italiane, tocca oltre 350 borghi montani: un progetto nato non solo per unire vette e crinali, ma per restituire visibilità a comunità che rischiavano di scomparire dalle mappe prima ancora che dalla memoria. Camminare lungo le sue tappe, pernottare in un piccolo paese invece che proseguire dritti verso il rifugio successivo, può significare portare un contributo reale a un’economia locale fragile.

Cosa può fare chi cammina

Per chi pratica trekking, incrociare queste comunità pone anche una responsabilità pratica, semplice da tradurre in comportamento:

  • Preferire l’ospitalità locale: un rifugio custodito, un B&B a gestione familiare, un agriturismo in quota valgono più, per l’economia di un borgo, di un semplice passaggio veloce.
  • Comprare dove si può: formaggi di malga, salumi, prodotti dell’orto acquistati direttamente da chi li produce sostengono attività che altrimenti faticano a reggersi.
  • Informarsi prima di partire: molte frazioni isolate hanno servizi minimi o assenti – non c’è sempre un negozio, un distributore, una connessione telefonica affidabile.
  • Rispettare i ritmi locali: chiedere permesso prima di fotografare persone al lavoro, non disturbare gli animali al pascolo, ricordare che quella malga o quella baita non è un’ambientazione ma la casa o il luogo di lavoro di qualcuno.
  • Scegliere anche la bassa stagione: un’escursione in un periodo meno affollato distribuisce nel tempo l’impatto del turismo e spesso regala un incontro più autentico con chi vive quei luoghi tutto l’anno.

Un’ultima cima da guardare

Viviamo in un’epoca in cui isolamento suona quasi sempre come una parola negativa, sinonimo di solitudine subita. Eppure le storie di chi abita le quote più alte – per scelta, per tradizione familiare, per mestiere – raccontano qualcos’altro: un rapporto con lo spazio e con il tempo che il turismo di passaggio fatica a comprendere fino in fondo, ma che l’escursionismo lento, quello che si prende il tempo di fermarsi e ascoltare, può almeno intuire.

La prossima volta che un sentiero vi porterà davanti a una porta chiusa a duemila metri, provate a chiedervi: chi vive qui, e cosa significa per lui o per lei questo stesso paesaggio che per me è solo tappa di un giorno?

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